Archivi del mese: ottobre 2013

Avvocatessa inglese critica governo inglese per aver sottovalutato le vittime maschili

AntiFemminismo
21 ottobre 2013
Un’avvocatessa , Marylin Stowe, in televisione , ha criticato il ministro della giustizia inglese per aver ignorato il problema delle vittime maschili di violenza domestica .
Secondo la Stowe è stato detto che gli uomini sarebbero stati esclusi dal patrocinio gratuito per le vittime di violenza domestica perché “per ottenere questo patrocinio è necessario portare con il vostro avvocato delle prove sul fatto che sei vittima del partner o del marito violento “ .
Scrivendo sulla questione , la Stowe dice : “La violenza contro gli uomini è più frequente di quanto possiate immaginare , e non dovrebbe essere ignorata in questo modo . Se il governo ritiene di firmare per un sito web di aiuto di vittime di violenza rivolto alle sole donne , dove si rivolgeranno gli uomini in caso di bisogno ?”
“E’ un altro messaggio da parte della classe dirigente che per loro la sofferenza maschile è inesistente . Nel 21esimo secolo dovremmo 
andare al di là di certi stereotipi delle donne come eterne vittime e degli uomini come perpetui malvagi”

http://mensconferenceuk.wordpress.com/2013/07/31/government-ignores-male-victims-says-tv-lawyer/
http://www.marilynstowe.co.uk/2013/07/29/domestic-violence-husbands-and-wives/

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Effetti del divorzio sulla salute maschile

La rottura di un matrimonio(separazione/divorzio), che ricordiamo è chiesto nella maggior parte delle volte(80%) dalle donne, danneggia la salute maschile. 

Ora pubblichiamo questo documento , intitolato “L’influenza del divorzio nella salute degli uomini” , che conclude che gli uomini divorziati e non sposati hanno un tasso di mortalità più alto del 250 % rispetto a quelli sposati . Le cause più frequenti delle morti premature per questi uomini includono patologie cardiovascolari, ipertensione ed ictus. Gli uomini divorziati sono anche più proni a varie malattie , con un range dal comune raffreddore a serie minacce per la salute come cancro ed infarto . Il divorzio può anche affliggere mentalmente gli uomini piuttosto bene : le ricerche hanno trovato che gli uomini divorziati sono più propensi a prendere parte a comportamenti rischiosi come l’abuso di alcool o droghe , e sono più propensi al suicidio per una percentuale del 39 % in più rispetto a quelli sposati , e si sottopongono a cure psichiatriche 10 volte più spesso .

Il dottor Ridwan Shabsigh, il presidente della Società internazionale per la salute maschile, spiega l’importanza di queste scoperte in comunicato stampa .

“La percezione popolare e culturale in aggiunta ai media vuole e pretende che gli uomini siano sempre forti, tenaci e meno vulnerabili a un trauma psicologico rispetto alle donne . Tuttavia, questo articolo serve come un segnale d’avvertimento di non seguire tali percezioni infondate “ , egli ha detto . “Il fatto è che gli uomini vengono affetti sostanzialmente da traumi psicologici ed eventi negativi della vita come il divorzio, la guerra, la guerra , la bancarotta ed i lutti . La ricerca è urgentemente necessaria per investigare la prevalenza e l’impatto di tali effetti e di sviluppare diagnosi e linee guida di trattamento per professionisti medici “ .

http://www.huffingtonpost.com/2013/09/30/mens-health-divorce_n_4018432.html

Articolo tradotto da facebook AntiFemminismo

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STALKING: OSS. NAZIONALE, IN AUMENTO I CASI DI DONNE-STALKER

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16 luglio 2013
 
“Non si puo’ e non si deve piu’ parlare di violenza di genere, ma di violenza trasversale”, spiega all’Adnkronos Massimo Lattanzi, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Stalking che, grazie al lavoro svolto da volontari psicologi e psicoterapeuti, e’ riuscito a risocializzare 250 stalker. Lattanzi segnala che, dall’inizio di quest’anno, 50 persone hanno perso la vita a causa della violenza e dello stalking: ”35 omicidi per mano di un uomo e 10 per mano di una donna, a cui vanno aggiunti 5 suicidi”.
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Discriminazione contro i disoccupati uomini

di Fabrizio Napoleoni

E’ dal 1977 che il tasso di occupazione maschile scende ben più di quello femminile, e dal 2004 che la disoccupazione è sostanzialmente una piaga maschile. Così dopo aver detassato l’IRAP per le nuove assunzioni di donne, abbiamo un altro gioiello di “incentivo” all’assunzione rosa, affatto discriminatorio, vero?

Riforma del Lavoro Fornero (Legge 92/2012 articolo 4, commi 8-11):
Categorie di lavoratori oggetto di “incentivo”, cioè una riduzione del 50% per 12 mesi sulla contribuzione dovuta dal datore di lavoro nel caso di assunzioni:

•uomini e donne con almeno cinquanta anni di età e disoccupati da oltre dodici mesi;

•donne di qualunque età, residenti in aree svantaggiate e prive di impiego da almeno sei mesi;

•donne di qualsiasi età, con una professione o di un settore economico caratterizzati da un’accentuata disparità occupazionale di genere e prove di impiego da almeno sei mesi;

•donne di qualsiasi età, ovunque residenti e prive di impiego da almeno ventiquattro mesi.

Non è un incentivo alla disoccupazione maschile? No?

La Fornero forse era digiuna del fatto che l’80% dei suicidi in Italia sono uomini, e’87% delle persone che si sono suicidate per motivi di lavoro sono uomini. 

E doveva anche essere digiuna che la componente in attivo dei contributi INPS viene dagli uomini mentre le donne sono in passivo, per questo ha ben deciso di sgravare l’INPS dei contributi femminili. 
E doveva anche essere digiuna del fatto che in moti settori (educazione, pubblica amministrazione e sanità) semmai c’è un difetto di presenza maschile.

Questa legge è un incentivo alla disoccupazione stabile maschile, alla criminalità maschile e al suicidio maschile.

Fabrizio Napoleoni

*Note di AntiFemminismo:

-Questa legge viola l’ art 3 della Costituzione( che prevede che uomini e donne abbiano pari trattamento davanti alla legge, quindi una legge non può essere diversificata in base al sesso) in quanto con ciò donne e uomini non avranno pari possibilità di assunzione, dal momento che un’azienda non avrà più convenienza economica(in termini di sgravi fiscali e incentivi) nell’ assumere un uomo, ma quasi solo donne.

-Non solo nello statale(pubblica amministrazione, sanità, scuola) gli uomini sono discriminati, ma sono discriminati anche in molti settori del privato: per esempio nei negozi(di ogni ordine e grandezza), nelle accettazioni di cliniche(sia private che sovvenzionate, oltre che statali), negli ambulatori medici privati(oltre che statali), e in tanti altri ambienti, la stragrande maggioranza(se non la totalità) degli assistenti, addetti e commessi, sono donne. 

-La disoccupazione maschile è ancora più dolorosa di quella femminile, in quanto un uomo senza lavoro, se non lo trova, è FINITO. Anche per la donna, ovviamente, la disoccupazione è dolorosa, ma almeno-male che vada che non trova il lavoro-avrà la possibilità, la chance, dello status di casalinga. Un uomo questa possibilità, questa chance, non ce l’ha: è raro vedere una donna che lavora che sposa e mantenga un uomo che non lavora, mentre a parti invertite(marito che lavora e mantiene la moglie casalinga) è piuttosto comune.

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La simulazione di stalking nelle vicende di separazione – di Maria Bernabeo

Con la nascita di normative specifiche sul fenomeno stalking si inizia a registrare una preoccupante casistica di false accuse rispetto a tale reato, agite con finalità strumentali e inserite all’interno delle “guerre” che sovente si sviluppano attorno alle separazioni conflittuali, ma a volte anche nell’ambito di controversie lavorative.
L’ambito della conflittualità di coppia sembra essere comunque quello maggiormente a rischio per eventuali situazioni di falso stalking. I ricercatori del resto hanno ampiamente descritto una serie di alterazioni della relazione e di disturbi psicopatologici che insorgono nelle famiglie al momento della separazione e che proseguono anche dopo il divorzio.
La separazione si configura come un evento stressante che trasfigura lo stile relazionale delle persone coinvolte e che può arrivare a mettere in evidenza aspetti psicopatologici in soggetti ritenuti in precedenza normali, che erano tenuti in fase di compenso dalla relazione coniugale e dal rapporto genitore-figlio.
Nell’ultimo decennio il disagio in separazione è stato ampiamente descritto dalla letteratura scientifica che ha mostrato come a volte tale disagio possa giungere fino a una vera e propria sintomatologia psicopatologica, espressa attraverso la PAS, il MOBBING e attualmente lo STALKING.
Il rapporto Istat 2007 sullo stalking fornisce un quadro abbastanza significativo, anche in Italia vi sarebbero 2 milioni 77 mila donne che hanno subito comportamenti persecutori di stalking dai partner al momento della separazione. Sul coinvolgimento degli uomini in tale contesto in qualità di vittima i dati appaiono meno verosimili a causa della riluttanza maschile a sporgere denuncia.
Ma come si può giungere all’utilzzo strumentale della normativa sullo stalking? Non di rado accade che il genitore affidatario, ma “non collocatario”, non riuscendo a frequentare i figli a causa dell’ostruzionismo dell’altro, cominci ad effettuare numerosi tentativi di contatto telefonico e fisico, magari passando più volte sotto l’abitazione della prole, nella speranza di poterla incontrare e “rubare” un saluto, un abbraccio. Questo comportamento può essere agevolmente fatto passare “ad arte” per stalking.
Secondo i dati ufficiali, relativi alle false denunce, ciò accade molto più spesso di quanto si possa pensare. Nel 2009 sono state 7000 le denunce per stalking in tutta l’Italia, 3500 sono risultate prive di requisiti e archiviate. Le false accuse che vengono prodotte verso l’ex partner sono a volte in qualche modo facilitate dalle associazioni che fanno discriminazione di Genere (tutelano solo donne o solo uomini) nell’offrire i loro servizi.
Le Associazioni spesso non effettuano un’attenta operazione di filtro: suggeriscono sovente agli/alle assistiti/e a denunciare subito, non verificando prima e con attenzione la veridicità dei fatti.
Al contrario dei casi di maltrattamento, dove la richiesta di aiuto spesso è supportata da riscontri medico-legali, la maggior parte dei casi di stalking comprende comportamenti intrusivi “raccontati” dalla vittima che necessitano però di prove concrete, anche per poter poi reggere ad un eventuale giudizio. Anche gli avvocati molte volte non operano i corretti filtri, pertanto l’assenza di questi ha fatto sì che la pratica delle false accuse divenisse un fatto di mal costume.
Per essere sicuri dell’attendibilità dell’accusa si dovrebbero effettuare più controlli incrociati. Se la denuncia è prodotto da un ex si dovrebbe infatti sempre esaminare attentamente la loro storia di coppia per capire se si sta realizzando un processo di vittimizzazione che, al momento della rottura del matrimonio, ha raggiunto il proprio apice nell’accusa di stalking prodotta nei confronti dell’altro coniuge. In tal senso la collaborazione strettissima del Legale con lo Psicologo, appare necessaria per una corretta lettura delle vicende presentate.
Ma quali sono le cause più frequenti che spingono un genitore ad accusare falsamente il partner di stalking?
L’accusa falsa di stalking è uno dei modi più semplici per estromettere per lungo tempo l’altro genitore dalla vita del/dei figli. Si raggiunge un doppio effetto: si tenta di liberarsi del partner come coniuge, ma anche come care giver, facendolo uscire definitivamente dalla propria vita e da quella dei figli. Ma casi di false accuse di stalking si sono registrate anche nel mondo degli affari. Nell’ambiente di lavoro capita che nascano relazioni sentimentali tra colleghi o tra dipendenti e superiori. Le relazioni a volte finiscono ma i rapporti d’affari possono continuare.
La falsa denuncia di stalking e la diffida a cercare incontri sgraditi con un ex partner può quindi celare l’intento di estromettere il soggetto che riceve la diffida a frequentare luoghi connessi al contesto lavorativo così che la finta vittima possa ottenere dei vantaggi. L’accusato, pur percependo la falsità delle accuse può decidere di buon grado di ritirarsi per evitare “fastidi” legali. La falsa accusa di stalking diviene allora uno strumento per combattere in maniera sleale una guerra di business.
Il protocollo di intervento dell’ICAA che già dalla fase di presa in carico del caso prevede una stretta collaborazione tra Legale e professionisti di area psicologica, induce ad una attenta valutazione dei contesti e dei comportamenti riferiti dalla vittima e riduce di fatto la possibilità di strumentalizzazione dell’azione legale.

Dr.ssa Maria Bernabeo
Centro Tutela Famiglia

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3 agosto 2013

 

di Fabrizio Napoleoni(da un estratto del suo libro)

Lo uno studio sulla situazione degli USA, sintetizza i risultati di oltre 12000 ricerche realizzate negli ultimi 40 anni, con il supporto di oltre 100 professionisti del settore di 20 università e centri di ricerca. Alcuni dei risultati di tale lavoro:
• Nell’ambito delle relazioni eterosessuali, circa 1 persona su 4 dichiara di aver commesso qualche forma di violenza sul partner nel corso della propria vita; circa il 28,3% delle donne e circa il 21,6% degli uomini;
• Nel 58% dei casi la violenza è bidirezionale, nel 13,8% dei casi commessa unilateralmente da un uomo su una donna, e nel 28,3% dei casi commessa unilateralmente da una donna su un uomo. Tale scenario è pressoché invariante nell’ambito di coppie eterosessuali e omosessuali;
• I maggiori fattori di rischio per la violenza risiedono in esperienze adolescenziali con altre persone aggressive; l’alcool e la depressione sono fattori di rischio soprattutto per le donne;
• Per quanto riguarda gli abusi “emotivi” ne sono vittime circa il 40% degli uomini contro il 32% delle donne; mentre per l’abuso sessuale ne sono vittima circa lo 0,2% di uomini contro il 4,5% delle donne; per la persecuzione (stalking) ne sono vittima circa il 2% degli uomini contro l’7% delle donne;
• Nell’ambito delle relazioni omosessuali, non si traggono conclusioni definitive perché le ricerche esaminate sono “inconsistenti”; in generale alcuni tendono a non ravvisare nessuna differenza tra coppie lesbiche e coppie gay, altri tendono a evidenziare tassi di “violenza” maggiore tra le coppie lesbiche;
• Si evidenzia una certa correlazione tra il basso tasso di “emancipazione culturale” e l’omofobia;
• Da un punto di vista motivazionale, uomini e donne danno luogo a violenza fisica con motivazioni simili; gli uomini prevalgono nelle casistiche di necessità di “controllare ed esercitare potere”; le donne prevalgono nei casi di “rabbia” e “autodifesa”;
• Da un punto di vista della giustizia, le corti sono significativamente più propense a disporre ordini di protezione per le donne che per gli uomini, a imporre ordini “restrittivi” significativamente più pesanti per gli uomini che per le donne, propense a rimandare le querele maschili e a negare le audizioni degli uomini; nelle situazioni in cui interviene un pubblico ufficiale, le donne vengono preferenzialmente citate in corte con accuse più leggere rispetto agli uomini; gli uomini vengono arrestati invece più frequentemente delle donne, e vengono trattati più severamente in ogni stadio del processo, e ricevono pene più severe delle donne;

 

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I penalisti bocciano la legge sul “femminicidio”

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9 agosto 2013
Misure “demagogiche” e “inquietanti”. A bocciare senza mezzi termini la nuova normativa in materia di femminicidio sono i penalisti, convinti che quello scritto oggi rappresenti “un nuovo e sempre più inquietante capitolo della insensata corsa al rialzo ingaggiata dalla maggioranza di governo con le peggiori istanze demagogiche provenienti dalle opposizioni in materia penale”.
Contradditoria – La questione sollevata dall’Unione delle camere penali è che da una parte il governo vuole “contenere l’eccessivo ricorso al carcere” e dall’altra rilancia “nuove ipotesi di custodia cautelare, di arresto obbligatorio oltre ad una pioggia di inasprimenti di pena per reati oggetto di campagne giornalistiche ma dei quali si ignorano i dati criminologici”. Insomma, questa è una legge fatta solo sull’ “onda emotiva di fatti di cronaca o del bisogno di lanciare rassicurazioni di facciata all’opinione pubblica fomentata da campagne di stampa”. Per i penalisti “non è questo un modo serio di legiferare in campo penale, e non è con la gara a chi fa la faccia più feroce che si affronta il problema giustizia. Non per caso siamo agli ultimi posti delle classifiche mondiali: è il risultato di una produzione legislativa simbolica”.
Retrograda – Di più. Secondo i penalisti l’introduzione di figure come l’anonimato dei denunciati, l’arresto obbligatorio per il reato di maltrattamenti in famiglia “fa arretrare il paese rispetto ad elementari standard di civiltà giuridica che pensavamo acquisiti. Si tratta di figure che ribaltano il principio costituzionale della presunzione di innocenza, per di più in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta anche ad accuse strumentali sulla base delle quali domani si andrà direttamente in galera senza alcun filtro preliminare: uno scenario preoccupante che se accontenta le istanze dei forcaioli equamente distribuiti tra maggioranza ed opposizione certamente imbarbarisce il sistema”.
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La verità sui cosiddetti “Centri Antiviolenza”

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15 agosto 2013
Ascoltate questo video intervista ad Erin Pizzey, donna che fondò i primi centri antiviolenza(quelli veri) per vittime di violenza, ma che poi dovette constatare come di essi se ne appropriarono le femministe odiatrici di uomini. Per questo suo dissociarsi dal femminismo, alcune femministe la minacciarono di morte e le uccisero il cane. Ascoltate questo video, è IMPORTANTISSIMO. E fatelo girare ai vostri amici, conoscenti.

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Femminicidio, invenzione di regime

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13 agosto 2013

di Roberto Marchesini

In Polonia c’è un piccolo paese sconosciuto al mondo, ma che i polacchi conoscono molto bene. Si chiama Manieczki, e tutti i polacchi, almeno quelli sopra una certa età, lo conoscono bene per averlo visto in televisione migliaia di volte durante il regime comunista. Ogni volta che la televisione di stato parlava degli splendidi successi ottenuti dal piano agricolo quinquennale, ogni volta che cantava le lodi del sistema deikołchoz (cooperative agricole collettivistiche), le immagini trasmesse erano quelle di Manieczki.

Sarebbe bastato girare le riprese in uno qualsiasi dei tantissimikołchoz polacchi per vedere una realtà diversa: miseria, degrado, fame. Ma la televisione proponeva solo e soltanto le immagini di Manieczki, delle sue meravigliose feste del raccolto, danze, canti, abbondanza. I contadini di Manieczki erano più bravi degli altri? No. Era semplicemente una messinscena ideologica per nascondere la triste realtà del tragico fallimento del comunismo.

Ogni regime si inventa una realtà, le sue lotte, i suoi successi. È la lezione del romanzo orwelliano1984 nel quale i cittadini si radunavano “spontaneamente” davanti a enormi schermi sui quali passavano le immagini dei successi militari ottenuti dalla patria; dopo di che cominciavano i “due minuti d’odio”, durante i quali i cittadini – sempre in modo spontaneo – mostravano tutto il loro odio contro il nemico pubblico numero uno, Emmanuel Goldstein. Anche in questo caso: trionfi fasulli e nemici fasulli per nascondere la triste realtà di un intero continente trasformato in lager.

Questo è quanto mi è venuto in mente quando, dopo una rapida scorsa ai quotidiani on line, ho seguito la conferenza stampa del consiglio dei ministri che presentavano il Decreto Legge “contro il femminicidio”, l’emergenza che da qualche anno sta affliggendo l’Italia. Come è cominciato l’allarme “femminicidio”?

Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne “è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: “La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute)”. Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell’ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale “[…] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età”.

Peccato che tutte queste dichiarazioni (ovviamente riprese con grande enfasi da tutti i media) siano false. È falsa la dichiarazione riguardante l’Europa (pp.168ss.); è falsa la dichiarazione sulla popolazione femminile mondiale; è falsa la dichiarazione sull’Italia.

Il Rapporto Criminalità Italia del Ministero dell’Interno recita a pagina 125: “È condivisa l’idea che determinate condizioni di “debolezza”, dovute al sesso femminile o all’età avanzata, aumentino la vulnerabilità e quindi la probabilità di essere vittima di un reato violento come l’omicidio. Al contrario, dai dati emerge che più frequentemente le vittime di omicidio sono maschi, fino ad un massimo di 8 soggetti su 10 tra il 1992 e il 1997”; e a pagina 128: “Le donne commettono omicidio soprattutto verso maschi e la quota percentuale rimane abbastanza costante per tutto il periodo considerato. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che gli omicidi da parte di autore di sesso femminile sono una minima parte di quelli commessi e solitamente avvengono nei confronti del proprio partner, in ambienti quindi familiari”.

Dunque al massimo si profila un “maschicidio”, sia da parte di altri maschi, che da parte di femmine (soprattutto in ambienti familiari). Esattamente il contrario rispetto alla tesi del “femminicidio”. Ma al di là di tutto questo: l’omicidio (al di là del sesso della vittima) non è già punito, e con severità, in Italia? Che bisogno c’è di parlare di “femminicidio” o “maschicidio”?

Secondo il ministro dell’interno Angelino Alfano: “Le norme hanno tre obiettivi: prevenire violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime”. Il linguaggio è significativo, e rimanda ad un mondo ideologico, non necessariamente corrispondente con il mondo reale.

Ricordiamoci del kołchoz di Manieczki: questa è una grande vittoria del governo contro un nemico di paglia, il “femminicida”; al quale sono stati rivolti i “due minuti d’odio” al pari dell’evasore e dell’omofobo.

Il solito “nemico del popolo” da stanare ed eliminare. Il cui identikit (maschio, eterosessuale, marito e padre) si delinea con una chiarezza sempre maggiore: il padre di famiglia.

 

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Ricerca dell’ American Journal of Public Health sulla violenza domestica femminile

Uno dei “cavalli di battaglia” della propaganda mediatica e istituzionale è quello della violenza domestica, e che solo gli uomini sono i responsabili della violenza dentro le mura domestiche . E invece TUTTE le Ricerche sulla violenza domestica smentiscono questo luogo comune di stampo femminista, di queste ne abbiamo pubblicate alcune qui. In questo post mostriamo una ricerca dall’ American Journal of Public Health : nelle news riguardanti la sezione della psichiatria, smentisce chiaramente questa menzogna . Il 24 % di tutte le relazioni , infatti , è interessato dalla violenza , in quasi metà di queste ( il 49,7 %) la violenza è reciproca e quindi non solo ad esclusiva maschile . Ma nei casi in cui la violenza è unilaterale, la stragrande maggioranza ( il 70 % ) vede come responsabili le donne, mentre appunto i Media e i politici colpevolizzanno gli uomini . Anche nelle coppie dove c’è violenza reciproca si osserva una maggiore frequenza di violenza da parte femminile . 

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1854883/

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